Alcuni di voi, leggendo questo titolo, saranno trasaliti: no, non sono diventato pazzo. Datemi il tempo di spiegare e arriviamo al punto. Tempo fa mi ero imbattuto in un post su Instagram in cui veniva spiegato come, molte persone, sentano nostalgia del lockdown. Se inizialmente ho storto il naso, leggendo con calma e curiosità, ho capito che io rientravo a pieno titolo tra quelle persone. Ma come mai?
Cosa significava il lockdown
Io quel post non riesco più a trovarlo, ma in compenso ho letto un libro di Chiara Gamberale, che si chiama “Come il mare in un bicchiere”. Questo libro è una sorta di diario dell’autrice, scritto proprio durante il lockdown legato al Covid nella primavera del 2020. Nel libro torna forte la questione dell’esigenza di un lockdown per stare bene.
Leggendo quelle pagine, ho ripercorso cosa fosse significato il Covid in quel periodo: tutti chiusi in casa, mascherine, distanza, ansie, morti, terapie intensive al collasso, camion pieni di bare. Ecco, sarei fuori di testa a volere un bis dal punto di vista pandemico: sgomberiamo il campo da ogni dubbio, non sto parlando di questo. Il lockdown però, per molti, ha significato un rallentamento, un tornare a vivere la casa, le persone che abitavano quella casa. Riscoprire il lento scorrere del tempo, una vita essenziale fatta di poche cose, le ore scandite in modo diverso, un modo forse inedito.
Eravamo lì, davanti alla TV, ad attendere le indicazioni di Giuseppe Conte. Il Presidente del Consiglio era una sorta di regista che, in ogni conferenza stampa, ci dava indicazioni su come doveva proseguire questo film, un film senza un copione scritto, un film che nessuno sapeva come sarebbe andato a finire. Così, davanti alla chiusura di un paese intero, abbiamo iniziato a pensare ai possibili finali, a possibili date di libertà, date costantemente disattese.
Però eravamo lì, chiusi in casa, congelati in una vita che per molti non esisteva da tanto. Niente palestra, niente yoga o pilates, niente canto, niente aperitivi, niente corse a scuola, niente ore dal parrucchiere con la tinta in testa o sotto il casco. Niente fretta, niente ansia di far tardi, niente traffico, niente di niente. Solo silenzio.
Il lockdown è stato solo negativo?
Nel libro, Chiara Gamberale racconta di come, prima del lockdown, avesse dei problemi di depressione, ma che con l’inizio di quella quarantena, nella sua testa iniziano ad aprirsi degli spiragli. Come se quel cambio repentino di vita avesse portato dei benefici. Ma quali benefici?
La società capitalistica contemporanea ci impone dei ritmi: 40 ore di lavoro a settimana, se hai i figli devi portarli a scuola, a calcetto, a danza, a boh non lo so, a fargli fare cose. Se sei single, avrai le tue attività da fare: io faccio due volte a settimana nuoto, una volta acrobatica aerea, poi la psicoterapia, fai la spesa, la macchina dal meccanico e spera e prega che non escano altri intoppi.
Mi sveglio alle 7 e trenta la mattina, alle 8 e un quarto entro in auto, faccio circa mezz’ora di strada nel traffico per arrivare in ufficio. Così anche al ritorno. Entro a casa, quindici minuti e devo scappare in piscina. Questa è un po’ la vita di tutti, frenetica e veloce. Durante il lockdown, nessuna frenesia, nessuna ansia, nessuna corsa.
Liberi da obblighi sociali e consuetudini
Già in altre occasioni ho parlato della mia insofferenza verso gli obblighi sociali e le consuetudini che la società (o noi stessi che guardiamo la società) un po’ ci impone. A Ferragosto tutti la grigliata al mare, a Capodanno il cenone e poi la discoteca o la festa in piazza, a Pasquetta la scampagnata. E chi non fa queste cose? Beh, è uno sfigato.
Il mondo intorno a noi è fatto di abitudini, di azioni sedimentate, e erroneamente siamo portati a pensare che chi è fuori da queste logiche sia uno sfigato, uno che vale meno. Io, nel mio percorso di psicoterapia, ho lottato tanto per scardinare queste logiche. Vi ho raccontato come sono arrivato alla mia prima vacanza da solo, rompendo quel tabù per cui si è validi e meritevoli solo se si è in compagnia. Quanti di noi però soffrono di tutto questo “dover fare” o “dover essere”?
I social ci mostrano un mondo fantastico, tutti il sabato in discoteca a divertirsi: a quanti è capitato di sentirsi uno sfigato il sabato sera nel letto a guardare le storie su Instagram di gente in discoteca? Magari pensando “sarei voluto andarci pure io, ma non ho nessuno con cui andarci”, e lì nel cervello entra il tarlo del “non sei abbastanza”. Questo ragionamento è valido per ogni ambito.
Io ho lavorato e sto lavorando per superarlo, per accettare che non esiste un giusto o uno sbagliato, un figo o uno sfigato. Esiste solo la diversità. Eppure siamo sempre soggetti alla FOMO (fear of missing out), questa paura di essere tagliati fuori, questa paura di perdere qualcosa.
Ecco, durante il lockdown questo non c’era. Ecco perché mi manca il lockdown. Non dovevamo fare i conti con “sono tutti in discoteca e io no” oppure “sono tutti al mare e io no”. Il lockdown ci aveva pareggiato tutti.
Conclusioni
Prima di scrivere, ero curioso di leggere altre cose in merito e ho cercato su Google. Ho letto un articolo del 2023 che parlava di questa nostalgia del lockdown. Lì c’era un concetto bellissimo: il digiuno dal mondo. Siamo intossicati da ansia, fretta, FOMO, corse, lavoro, cose da fare. Il lockdown forse è stato un digiuno da questo mondo che ci vuole veloci e performanti. Mi manca per questo.
La società di oggi, così eccessivamente basata sulla performance, ci intossica e per liberarci da queste tossine ci serve un bel digiuno. Un digiuno che purifica, che libera, che sfiamma, che calma la mente, che tiene a bada la tachicardia di un corpo sempre in affanno, di una mente sempre bombardata da mille stimoli diversi. Una mente costantemente in allerta.







Hai perfettamente ragione.
Noi abbiamo passato il lockdown in 70mq senza balconi, ma siamo cmq riusciti a trovare ognuno il nostro spazio ed abbiamo riscoperto il piacere di fare qualcosa tutti insieme , che sia un puzzle oppure costruire i lego o semplicemente giocare a carte perché la televisione preferivano non guardarla per preservare nostro figlio da tutto il dolore che ci circondava.
Oggi viviamo il 140mq di casa ( abbiamo traslocato) ma siamo sempre di corsa tra lavoro ed attività extra che alla fine ci dormiamo solo.
Quindi si forse stavamo meglio durante il lockdown.