Giorgia Meloni, in Senato, rispondendo alle opposizioni, ha rispolverato un cavallo di battaglia in una certa politica: il presidente del Consiglio non eletto dai cittadini. Lo ha fatto riferendosi a Giuseppe Conte, in quanto a suo dire, diventato Premier per giochi di palazzo. Peccato che in Italia, di Presidenti del Consiglio eletti dai cittadini non ne abbiamo mai avuti. Una cosa che dovrebbe essere piuttosto elementare, considerando che siamo una Repubblica parlamentare.
A riportarci su questa questione è proprio la nuova legge elettorale, approvata dalla maggioranza che sostiene il Governo Meloni. La legge del 9 ottobre 2026, n.180, introduce alcune novità, tra cui un ritorno al sistema proporzionale con premio di governabilità e l’obbligo per le forze politiche di indicare il nome della persona che intendono proporre come presidente del Consiglio.
Teniamo però a mente una cosa fondamentale: indicare non significa eleggere. La norma, infatti, fa espressamente salve le prerogative del Presidente della Repubblica previste dalla Costituzione. Ma allora perché inserire questa indicazione nella legge elettorale?
I sostenitori della riforma ritengono che gli elettori debbano sapere chi potrebbe guidare il Governo. Un’esigenza comprensibile. Il rischio, però, è alimentare ulteriormente un equivoco: trasformare politicamente il presidente del Consiglio in una figura eletta direttamente dai cittadini, senza che questo sia previsto dalla nostra Costituzione.
Per comprendere meglio la questione, dobbiamo fare un salto indietro di ottant’anni.
Perché siamo una Repubblica parlamentare?
Nel 1946, quando veniva scritta la nostra Costituzione, l’Italia usciva da vent’anni di dittatura fascista, da una guerra devastante e da un’esperienza politica che aveva progressivamente svuotato il Parlamento delle sue funzioni, rendendolo sostanzialmente un organo inutile asservito al partito. Il Fascismo aveva mostrato quanto potesse essere pericolosa la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo, ovvero quanto fosse pericoloso l’uomo solo, e forte, al comando.
I padri costituenti si trovarono quindi davanti a un problema: come evitare che una cosa del genere potesse ripetersi?
La risposta fu costruire un sistema nel quale il potere fosse distribuito, prevedendo una serie di pesi e contrappesi. Il Governo avrebbe dovuto ottenere e mantenere la fiducia del Parlamento, il Presidente della Repubblica avrebbe avuto un ruolo di garanzia e la magistratura sarebbe stata indipendente.
Il 5 settembre 1946, con l’approvazione dell’ordine del giorno Perassi, i costituenti si orientarono verso il sistema parlamentare, senza però ignorare la necessità di garantire stabilità ai Governi. La questione, infatti, non era costruire un esecutivo incapace di governare, ma impedire che potesse farlo senza adeguati controlli.
Ecco perché oggi eleggiamo deputati e senatori, non il presidente del Consiglio. Quest’ultimo viene nominato dal Presidente della Repubblica e deve ottenere la fiducia delle Camere. Quindi, quando sentiamo parlare di Governi non eletti dal popolo, dovremmo ricordarci una cosa: nessun Governo italiano è stato mai eletto direttamente dai cittadini; nemmeno quello che nasce dalla coalizione vincitrice delle elezioni.
Montanelli e il problema dei Governi deboli
Questa architettura costituzionale non è certo esente da critiche. Tra coloro che hanno contestato la debolezza dell’esecutivo italiano c’era Indro Montanelli, che in un intervento del 1983 propose un interessante confronto tra Italia e Germania.
Secondo il ragionamento del giornalista, i costituenti italiani, memori del fascismo, avevano cercato soprattutto di impedire la nascita di un Governo troppo forte. I tedeschi, invece, dopo il nazismo, avevano guardato anche all’esperienza della Repubblica di Weimar, caratterizzata proprio da una profonda instabilità politica; instabilità che contribuì all’ascesa di Hitler.
Da due esperienze dittatoriali erano nate, quindi, due differenti preoccupazioni: in Italia il timore di un Governo troppo forte, in Germania quello di un Governo troppo debole. Il sistema tedesco introdusse infatti la cosiddetta sfiducia costruttiva: il Parlamento può sfiduciare il cancelliere soltanto eleggendone contemporaneamente un altro. Un modo per garantire stabilità senza rinunciare al parlamentarismo.
Il ragionamento di Montanelli merita attenzione: un Governo incapace di prendere decisioni, continuamente esposto a crisi politiche, rischia di rendere inefficace l’azione dello Stato. Ma siamo sicuri che oggi il problema italiano sia soltanto la debolezza dell’esecutivo?
Il Parlamento fa le leggi. O almeno dovrebbe.
L’articolo 70 della Costituzione attribuisce la funzione legislativa alle due Camere. Il Parlamento dovrebbe quindi essere il luogo nel quale si discutono, modificano e approvano le leggi. Nella pratica, però, qualcosa sembra essersi progressivamente modificato.
Il riferimento è alla decretazione d’urgenza. L’articolo 77 della Costituzione permette al Governo di adottare decreti-legge in casi straordinari di necessità e urgenza. Questi provvedimenti entrano immediatamente in vigore, ma devono essere convertiti dal Parlamento entro sessanta giorni.
La logica è piuttosto semplice: davanti a un terremoto o a un’emergenza sanitaria, non possiamo aspettare i tempi ordinari del procedimento legislativo. Il problema nasce quando l’eccezione diventa una consuetudine.
Secondo i dati del Servizio Studi della Camera, tra ottobre 2022 e dicembre 2025 sono state approvate 278 leggi, delle quali 208 di iniziativa governativa e 101 di conversione di decreti-legge. In poche parole, oltre una legge su tre era una conversione di un decreto-legge.
Il dato, da solo, non dimostra alcuna violazione costituzionale. Ma racconta quanto il Governo sia diventato centrale nella produzione legislativa. A questo aggiungiamo la questione di fiducia, con la quale l’esecutivo lega l’approvazione di un provvedimento alla propria sopravvivenza politica, e i maxiemendamenti, che possono concentrare numerose disposizioni in un unico voto.
Il risultato? I parlamentari rischiano di trovarsi davanti a una scelta: approvare un testo senza poter intervenire significativamente oppure mettere in difficoltà il Governo che sostengono. Sia chiaro, non è un problema esclusivo dell’attuale maggioranza. Il ricorso a questi strumenti ha attraversato governi di colori politici differenti.
Ma se il Parlamento mantiene formalmente il potere legislativo e, nella pratica, dispone di margini sempre più ristretti per esercitarlo, quanto è ancora centrale quest’organo nella nostra Repubblica parlamentare?
Il difficile equilibrio tra Governo e Parlamento
Non sono un costituzionalista e non pretendo certo di risolvere in un articolo un dibattito che dura da decenni. Però una cosa mi sembra evidente: abbiamo trascorso moltissimo tempo a discutere di come rafforzare il Governo, dedicandone molto meno a come preservare il ruolo del Parlamento.
Non penso che un esecutivo forte sia necessariamente un problema, così come non credo che l’instabilità politica sia una virtù democratica. Il punto, come spesso accade, è l’equilibrio: anche perché, il problema non penso sia il sistema parlamentare, quanto la frammentazione partitica, espressione di una frammentazione del consenso.
Una democrazia deve poter decidere, ma deve anche poter discutere, controllare e correggere chi prende quelle decisioni. Perché la velocità non garantisce la qualità delle scelte, così come la stabilità non garantisce automaticamente un buon Governo.
La nuova legge elettorale torna a mettere al centro il futuro presidente del Consiglio. Ma forse, prima di preoccuparci ulteriormente di chi guiderà il Governo, dovremmo domandarci quale spazio resterà a chi ha il compito di controllarlo.
Perché se continuiamo a rafforzare chi governa, mentre si indebolisce chi dovrebbe controllarlo e occuparsi delle leggi, rischiamo di dimenticare proprio il motivo per cui abbiamo scelto di essere una Repubblica Parlamentare.






