C’è una cosa che mi ha sempre incuriosito della politica contemporanea: il rapporto tra le destre nazionaliste e il cristianesimo. Crocifissi, rosari, presepi, richiami alle radici cristiane dell’Europa: la religione occupa uno spazio importante nella comunicazione di alcuni movimenti politici, spesso presentati come gli ultimi difensori della nostra identità culturale.
C’è però un grosso problema, quando penso a Matteo Salvini col Vangelo o col rosario in mano, e provo a mettere a confronto questa narrazione con alcuni insegnamenti del Vangelo, qualcosa sembra non tornare.
Io sono ateo, ma questo non vuol dire essere sordi a certe contraddizioni. Sono cresciuto in un contesto in cui la vita religiosa e quella civile sono praticamente indistinguibili. Sono stato un cattolico fervente, oggi sono appassionato di religione come fenomeno culturale, ed è proprio da qui che parte questa mia curiosità sul tema di questo articolo.
Per cui partiamo da una domanda: ma difendere il cristianesimo significa difenderne i simboli oppure anche rispettarne gli insegnamenti?
Difendere il cristianesimo o difendere un’identità?
Per comprendere la questione è necessario fare una distinzione: una cosa è il cristianesimo come fede, un’altra è il cristianesimo come identità culturale.
Nel primo caso parliamo di una religione, di principi morali, di una dottrina e di comportamenti che dovrebbero orientare la vita dei credenti. Nel secondo caso, invece, parliamo di un patrimonio storico e culturale, di tradizioni, feste, simboli, folklore e consuetudini. Le due cose possono tranquillamente convivere, ma non coincidono necessariamente.
Il politologo Tobias Cremer, studiando il Rassemblement National francese, ha analizzato proprio questo fenomeno: il cattolicesimo può diventare uno strumento di identificazione politica anche in ambienti sempre più secolarizzati. In sostanza, si può difendere il cristianesimo come elemento identitario senza aderire integralmente alla sua dottrina.
Per farla breve: anche un ateo può voler preservare una visione religiosa della società o una tradizione ad essa legata. La questione cambia quando la difesa delle radici cristiane viene presentata come una superiorità morale o come giustificazione di determinate scelte politiche.
Perché a quel punto diventa legittimo chiedersi: quali valori cristiani stiamo effettivamente difendendo?
Amare il prossimo, purché sia dei nostri
Partiamo da uno dei temi più divisivi del dibattito politico: l’immigrazione. Nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 25, Gesù pronuncia una frase piuttosto chiara: «Ero straniero e mi avete accolto». Il concetto non è certo marginale nella dottrina cristiana. L’amore per il prossimo, la misericordia e l’attenzione verso chi soffre sono elementi centrali del messaggio evangelico.
C’è poi la parabola del buon samaritano. Un uomo viene aggredito e abbandonato per strada. A soccorrerlo non sono le figure religiose che passano davanti a lui, ma un samaritano, appartenente a una comunità considerata estranea e ostile. Il messaggio è interessante: non è l’appartenenza religiosa a rendere una persona moralmente migliore, ma il suo comportamento.
Naturalmente, Gesù non ha scritto una legge sull’immigrazione, e nemmeno il Catechismo impone agli Stati di aprire indiscriminatamente le frontiere. Quindi il problema non è sostenere una politica migratoria restrittiva: il problema emerge quando lo straniero viene raccontato esclusivamente come una minaccia, quando la sua provenienza o religione diventano sufficienti per negargli dignità e considerazione.
Oggettivamente una posizione difficile da conciliare con l’universalità dell’amore cristiano.
Il Vangelo a corrente alternata
C’è poi un’altra questione che trovo particolarmente interessante: la selezione degli insegnamenti cristiani. Alcune posizioni conservatrici, per esempio su aborto e famiglia, coincidono effettivamente con elementi importanti della dottrina cattolica. Sarebbe scorretto negarlo.
Ma il cristianesimo non parla soltanto di famiglia e sessualità. Parla anche di povertà, disuguaglianze, sfruttamento del lavoro, dignità dei detenuti e misericordia: il Vangelo contiene numerosi richiami ai doveri verso chi vive in condizioni di bisogno.
Anche su questi temi bisognerebbe verificare la coerenza fra i principi religiosi rivendicati e i programmi politici concretamente sostenuti. Sul tema c’è un passaggio del Vangelo che trovo particolarmente calzante.
Nel capitolo 23 di Matteo, Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei definendoli «sepolcri imbiancati»: tombe che appaiono belle esternamente, ma che all’interno nascondono ossa e impurità.
Il significato è piuttosto chiaro: apparire giusti non significa necessariamente esserlo. La critica di Gesù riguarda proprio la distanza tra l’ostentazione pubblica della virtù e i comportamenti concreti.
Non è certo una metafora ad autorizzarci a giudicare la fede personale di un politico; ci offre però un criterio interessante per analizzare chiunque rivendichi pubblicamente un’autorità morale religiosa: risulta necessario guardare oltre i simboli e verificare la coerenza delle scelte.
Del resto, difendere un crocifisso è una cosa. Provare a vivere secondo il messaggio che quel crocifisso rappresenta, è un’altra. Decisamente molto più impegnativa.
Quando Dio diventa uno strumento di comunicazione politica
Occupandomi professionalmente di marketing e comunicazione, trovo moltointeressante un ulteriore aspetto: il crocifisso, il rosario, il presepe e i richiami alle radici cristiane sono simboli estremamente riconoscibili. Evocano appartenenza, tradizione, memoria collettiva e identità.
Dal punto di vista della comunicazione politica, possono quindi funzionare come potenti strumenti di posizionamento mediatico. Non serve necessariamente un approfondimento teologico: basta evocare un simbolo perché una parte del pubblico riconosca immediatamente un insieme di valori e significati.
Il problema è che la forza comunicativa di un simbolo non garantisce la coerenza di chi lo utilizza. Quando una forza politica sceglie esplicitamente di presentarsi come difensore della civiltà cristiana, il confronto tra ciò che comunica e ciò che propone diventa inevitabile.
Quale cristianesimo vogliamo difendere?
Non voglio certo sostenere che un intero schieramento politico sia incompatibile con il cristianesimo. Sarebbe una semplificazione, oltre che un ragionamento piuttosto superficiale. La dottrina cattolica è complessa, attraversa questioni morali, sociali ed economiche che non coincidono assolutamente con le categorie politiche di destra e sinistra.
Però continuo a trovare interessante il rapporto tra religione dichiarata e religione praticata, tra simboli e comportamenti, tra appartenenza e responsabilità verso gli altri.
Da ateo, non sento la necessità di difendere una religione, ma posso riconoscere il valore di alcuni suoi insegnamenti del Vangelo e interrogarmi su come vengano utilizzati nel dibattito pubblico. In questo dibattito, siamo tutti coinvolti dato che la questione influenza pesantemente la vita politica di uno Stato.
Perché forse, prima di preoccuparci di difendere il crocifisso, dovremmo preoccuparci un po’ di più di quello che rappresenta davvero. La religione è un qualcosa di più “alto” di un feticcio da esibire per raccattare voti e generare consenso politico.






