Don Alberto Ravagnani: il tabù del celibato dei sacerdoti

In questi giorni ha fatto notizia l’addio al sacerdozio (del non più don) Alberto Ravagnani. Ribattezzato dai più “Il Prete Influencer”, era diventato famoso durante la pandemia, e ancora oggi registra un grande seguito sui social media.

A gennaio 2026 la notizia: Ravagnani lascia il sacerdozio. La questione è stata resa nota ufficialmente con una nota del vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano, monsignor Franco Agnesi, e poi spiegata dallo stesso Ravagnani in un video pubblicato sul suo canale YouTube. Proviamo a capirne di più.

La decisione di Don Alberto Ravagnani

In qualcosa di complesso come la vocazione sacerdotale, le motivazioni dell’addio sono ovviamente molteplici: sono in particolare legate al rapporto di Ravagnani con la vita ecclesiale e le regole derivanti. Come riporta Repubblica, l’imposizione del celibato è proprio uno dei principali motivi che hanno spinto il prete influencer a scegliere di appendere al chiodo l’abito talare e il colletto: “di fatto, non riuscivo a rispettarlo davvero. All’inizio mi dicevo che dovevo convertirmi, che era una questione di volontà. Poi però, col passare del tempo, ho smesso di fingere, di doverlo giustificare per forza”.

Ravagnani poi continua: “le attese delle persone nei confronti dei preti, che a volte sono disumane, come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, addetti al sacro, programmati per essere buoni”, aggiungendo: “Francamente, mi sembrava un’ipocrisia non più sostenibile”.

Un altro passaggio interessante è quello relativo alla celebrazione della Messa: “mi sentivo a disagio a celebrare la Messa, perché dovevo gestire un rito che ormai vedevo che non parlava più alle persone”, a cui aggiunge: “Dovevo pronunciare delle parole che persino io trovavo incomprensibili e, francamente, a volte anche discutibili”. Ravagnani non dimentica di commentare anche il rapporto con gli altri sacerdoti: “sentivo una sorta di disagio a stare in mezzo agli altri preti, o in generale nei contesti di Chiesa, perché il mio ministero era completamente diverso dal loro”.

Ma di tutte le motivazioni che hanno causato il divorzio dalla chiesa, quella relativa al celibato merita di essere approfondita.

L’anacronismo del celibato per i sacerdoti

Facciamo un passo indietro. Per chi mi conosce può sembrare assurdo, ma sono stato credente e praticante, da andare a Messa ogni domenica, almeno fino al primo anno di università. Poi la mia fede è sparita chissà dove. Ho smesso di credere in qualunque entità astratta: sia essa chiamata Dio, fortuna o karma. Però, questi anni da credente mi hanno lasciato dentro un enorme rispetto per chi crede e soprattutto mi hanno permesso di vedere la religione senza pregiudizi.

Questo mi ha sempre dato la possibilità di confrontarmi con sacerdoti, frati o semplicemente con credenti, a viso aperto e senza preconcetti. Il tema del celibato è uno di quei temi che mi hanno sempre affascinato e spinto a riflettere: com’è umanamente possibile pensare di costringere uomini e donne ad astenersi da qualunque atto sessuale? Se per alcune frange ecclesiali l’omosessualità è contro natura, mi viene da chiedermi: non è ugualmente contro natura chiedere a qualcuno di non avere nessun rapporto sessuale nel corso della sua vita consacrata?

La realtà del celibato dei preti

Bisogna fare i conti con la realtà: il più delle volte, il celibato non è altro che una finzione meramente di facciata. Molti sacerdoti non lo rispettano, hanno “vite parallele”, hanno comunque rapporti con uomini e con donne. Faccio un esempio personale: spesso mi è capitato di trovarmi in situazioni per cui, tramite Instagram, avevo dall’altra parte dello schermo un sacerdote che ci provava spudoratamente e che mi chiedeva di finire a letto con lui.

Per carità, esistono approcci differenti: chi se ne frega altamente del celibato e non si fa scrupoli e chi, invece, vive questo suo modo di fare con senso di colpa. Ricordo che, una delle prime volte in cui un sacerdote ci provò con me, io chiesi spiegazioni proprio considerando la questione del celibato. Lui mi diede una risposta, a mio avviso, bellissima: noi sacerdoti, come qualunque figlio di Dio, siamo peccatori, siamo umani e sbagliamo anche noi.

In questa frase c’avevo letto tutta la contraddizione del celibato, contraddizione messa in luce anche da Alberto Ravagnani: non è umano impedire a qualcuno di innamorarsi, vivere l’intimità e avere rapporti sessuali. In questo modo si costringe il religioso, o la religiosa, a scegliere tra la vocazione e l’intimità con l’altro. Perché non possono esistere entrambe?

Non basterebbe certo questo articolo per fare un’analisi storico-dottrinale del celibato e dei motivi che hanno portato la Chiesa di Roma a imporlo ai religiosi, ma non possiamo fare finta di niente: oggi il celibato è anacronistico. Fare finta che persone consacrate a Dio violino il celibato nell’ombra è da miopi bugiardi.

Perché continuare a fare finta di nulla? Perché non mettere in discussione la questione? Perché continuare a costringere persone a limitare la propria sfera affettiva e sessuale? Tutto ruota attorno alla morale cattolica, a come questa inquadra la sessualità: gli aspetti del celibato dei preti, sono solo la punta dell’iceberg.

Conclusioni

La mia riflessione, ovviamente, tiene conto della mia esperienza personale e di quanto ho visto, non è certo valevole a tutto tondo: esistono anche religiosi e religiose che vivono tranquillamente il celibato e non lo vedono come una privazione. Come in ogni cosa del mondo: esiste il bianco, esiste il nero ed esistono le sfumature.

Alberto Ravagnani, con la sua esposizione mediatica, accende un importante faro sulla questione: perché un sacerdote, per essere tale, deve costringersi per forza al celibato? Probabilmente questo dibattito si sopirà senza produrre nulla di concreto: se però la Chiesa nasconde la testa sotto la sabbia, io mi auguro che almeno i fedeli inizino a guardare i sacerdoti per quello che sono: persone umane, fragili e peccatori come tutti.

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