Dating Fatigue: il crollo delle app di dating

Le aziende che possiedono le app di dating vedono calare il loro valore in borsa, calano anche i loro utenti e licenziano dipendenti. Ma cosa succede? Dopo un periodo di larga diffusione di questi strumenti, l’idillio è finito? Stiamo assistendo a un ritorno al passato o siamo di fronte a un nuovo cambio di paradigma? Proviamo a capirci di più, andando per gradi.

Come funzionano le app di dating

Io ho un rapporto strano con le app di dating, o forse meglio definirlo pessimo. Ammetto di aver utilizzato Grindr, Tinder, Hinge e anche Facebook Dating. Ecco, da nessuna di queste app c’ho cavato nulla. Forse mezzo appuntamento. Anzi, ripensandoci, qualcosa di positivo l’ho ottenuto: ho fatto match con persone lontanissime, che per evidenti limiti territoriali non ho incontrato, ma con cui ho mantenuto, e mantengo tuttora, una sorta di rapporto epistolare 2.0.

Ma questo esula da quello che dovrebbe essere lo scopo di queste app: ovvero conoscere persone, uscirci e poi chissà. Ho molti amiciche si sono conosciuti tramite Tinder, intrattengono relazioni durature e qualcuno si è anche cointestato un mutuo o addirittura sposato. Per cui, se mi dovessi guardare intorno, posso tranquillamente affermare che le app di dating funzionano.

Ma siamo sicuri che queste app siano progettate per questo? Proviamo a capirlo grazie a un parallelismo: i social media sono progettati per farci passare più tempo possibile sulla piattaforma. Le aziende che possiedono i social guadagnano se gli utenti sono online il più possibile e visualizzano le pubblicità degli inserzionisti. Semplificando: meno utenti sono online, meno guardano le pubblicità, meno gli inserzionisti spendono, meno il social media guadagna.

Chiediamoci quindi da dove arrivano gli introiti delle app di dating. Le fonti sono sostanzialmente due: gli abbonamenti al servizio e la pubblicità che gli inserzionisti pagano per apparire su Tinder. Iniziate a vederlo il parallelismo?

Più utenti usano Tinder, più Tinder guadagna. Più persone si incontrano e cancellano l’app, meno utenti ha Tinder e meno l’azienda incassa. Ed eccolo il paradosso: Tinder, e le altre app similari, non hanno alcun incentivo economico a far sì che qualcuno esca dalla piattaforma. Per cui Tinder, come tutti i social media, è progettato esattamente per tenerci legati all’app stessa.

Ma qualcosa non sta funzionando.

Il crollo delle app di dating

“Secondo i dati di Bank of America, nel quarto trimestre del 2024 gli utenti globali di Tinder (lo swipe basato perlopiù sull’attrazione fisica) e di Hinge (più basato sulla compatibilità), ma anche di Bumble (l’app che permette alle donne di fare la prima mossa, dando loro più controllo in generale), sono calati del 6% rispetto all’anno precedente. Mentre il titolo Match Group (che detiene molte app di dating, ndr), nell’ultimo quinquennio, ha perso quasi il 70% del suo valore in borsa”. È quanto riporta un articolo di Repubblica che inquadra chiaramente il problema.

Altri dati interessanti li riporta Open: “a marzo di quell’anno (2020, ndr) l’app raggiunse il record di 66 milioni di utenti. Ma dal 2020 a oggi il numero di persone che hanno scaricato l’app non ha smesso di calare, passando da 79 milioni di download nel 2020 a 61 nel 2024, in base ai dati di Sensor Tower rielaborati da Wired”.

Il quadro appare chiaro: le app di dating vedono ridimensionato il loro successo. Ma come mai?

Il fenomeno del Dating Fatigue

Questa disaffezione da Tinder e compagni prende il nome di Dating Fatigue. Ma di cosa stiamo parlando? Letteralmente “Fatica dell’appuntamento” fa riferimento a quella fatica di passare da un appuntamento all’altro senza concludere nulla, a quella frustrazione di fare swipe a destra e sinistra senza mai trovare qualcuno con cui uscire per un appuntamento: è come se ci si rendesse conto che lo sforzo richiesto per trovare un date fosse eccessivo, quindi uno sforzo per cui il gioco non vale la candela.

Possiamo dire che le app di dating ci mettono di fronte a una quantità quasi infinita di potenziali partner, creando una sorta di stanchezza da scelta: decidere continuamente chi scartare o a chi dare una possibilità richiede energie mentali che, nel tempo, si consumano. Non basta. A questo si va a sommare la gamification degli incontri. Swipe, match e notifiche attivano meccanismi di ricompensa intermittente (tipici del gioco d’azzardo) che inizialmente stimolano, ma a lungo andare producono frustrazione.

Un altro fattore connesso al Dating Fatigue è la mancanza di autenticità e continuità. Ghosting, profili fake, conversazioni che si interrompono improvvisamente e appuntamenti che non portano a nulla. Il tutto considerando che ogni nuova interazione richiede di esporsi emotivamente, cosa non certo semplice.

In ultima analisi, parlando del fenomeno, non possiamo non citare un insieme di altri elementi. Ovvero parliamo di aspettative elevate, confronto costante con profili di partner idealizzati, paura di “perdere” qualcosa di meglio che ancora non ci è apparso sull’app e difficoltà a costruire relazioni profonde in un sistema che premia la velocità.

La concatenazione di tutti questi fattori porta come risultato una sorta di burnout sentimentale che spinge molte persone a ridurre l’uso delle app o ad abbandonarle del tutto.

Conclusioni

Nel concludere questo articolo, voglio citare ancora Repubblica con cui ho introdotto il tema: “secondo Alessandro Gandini – professore associato di sociologia dei processi culturali all’Università degli Studi di Milano – fenomeni come questo sono «una risposta alla “fatica” delle relazioni virtuali, meno laboriose e più dirette, anche se richiedono un minimo investimento di tempo o di denaro». Il fatto è che il panorama è cambiato dal 2018, quando le app di dating hanno raggiunto il picco”.

Al netto di ciò, il Prof. Gandini “condivide il pronostico: “Non è detto che sia la loro fine: potrebbe trattarsi solo di un assestamento, o di un ridimensionamento”. E aggiunge: “Di certo, in passato hanno aiutato a superare lo stigma degli annunci online e dei siti di incontri, ma la loro successiva normalizzazione ha portato anche a una fase di stanchezza, a cui si è aggiunta l’iperconnessione durante la pandemia, che però ora stimola il desiderio di un ritorno a forme più tradizionali di conoscenza”.

Il futuro non ci è dato prevederlo, ma quello che mi colpisce è come, in un contesto digitale e iperconnesso, si vada sempre di più verso la necessità di una disintossicazione e verso la voglia di vita reale.

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