La scrittrice Chiara Gamberale è in libreria con il suo ultimo libro, Liberi tutti, che ci mette di fronte a una grossa verità: siamo figli dei nostri genitori. Sì, avete letto bene, non è la sagra dell’ovvio. Probabilmente chi ha affrontato un percorso di psicoterapia dovrebbe avere familiarità con questa questione.
Gli adulti che siamo diventati non sono altro che il frutto di ciò che sono stati i nostri genitori: delle loro ferite, della loro personalità e di come tutto questo ha influenzato la nostra crescita e, di conseguenza, le persone che siamo oggi.
Può sembrare un discorso macchinoso, ai limiti della supercazzola, o forse il frutto di una psicologia a tratti spicciola, eppure, è un tema fondamentale. Ed è proprio su questo, che il libro della Gamberale ci spinge a riflettere.
Bambini-Piccoli e Bambini-Grandi
Liberi tutti ruota attorno a un assunto fondamentale: siamo tutti bambini, con una sola differenza: alcuni sono bambini-piccoli e altri bambini-grandi.
Il libro è sostanzialmente il diario della maestra Titti, insegnante in una scuola di Roma, che ci racconta le storie di alcuni dei suoi alunni. In particolare, si concentra su sei bambini e sui rispettivi genitori (i bambini-grandi che citavo sopra).
C’è però un aspetto da chiarire: anche se il libro si apre con le descrizioni dei bambini, i veri protagonisti sono i genitori e, soprattutto, il modo in cui questi bambini-grandi, spesso inconsapevolmente, trasferiscono sui figli paure, mancanze e aspettative.
Per farla semplice, questo libro ci ricorda che i genitori non sono infallibili, non sono supereroi: sono umani, fragili , assolutamente fallibili e spesso incapaci di riconoscere quanto i propri comportamenti possano ricadere sui figli. Ed è proprio questo che intendo quando dico che siamo figli dei nostri genitori.
In queste duecento pagine, Gamberale ci offre una panoramica, direi quasi esaustiva, della famiglia contemporanea e, di conseguenza, della società attuale. Abbiamo Myriam, terrorizzata dalla performance e dal non sbagliare mai, Frida che ha un rapporto simbiotico con la madre, Teo bravo bambino invisibile ai genitori, Achille bugiardo patologico, Dodò e Benny gemelli dicotomici cattivo-buono.
Adulti a forma di ferita
Il diario della maestra Titti, fin da subito, ci avverte di una cosa: nella sua classe è successo qualcosa di brutto. Ma prima di raccontarci tutto, la nostra Titti deve darci un po’ di contesto, deve spiegarci come siamo arrivati a questo fantomatico e funesto avvenimento.
Allora la maestra ci prende per mano e, con fare colloquiale e accogliente, ci accompagna in un viaggio. Il libro presenta a tratti una sintassi complessa, con periodi lunghi e ricchi di incisi, ma questo rende ancora più credibile l’escamotage narrativo del diario, utilizzato da Gamberale.
L’autrice riprende una struttura già utilizzata in Dimmi di te, in cui ogni capitolo è dedicato a una stella polare, e in Le luci nelle case degli altri, dove ogni capitolo è dedicato a una famiglia. Sicuramente gli amanti della Gamberale si sentiranno a casa nel vedere che qui ogni capitolo è dedicato a un bambino-piccolo o a un bambino-grande.
Scorrendo i capitoli, si arriva al concetto cardine del libro, perfettamente riassunto in queste frasi:
«Tana libera tutti.
Liberi tutti, i miei bambini!
Dalle occhiatacce, gli odori, le mezze frasi con cui finora hanno dovuto giocare a nascondino.
Liberi prima che sia troppo tardi, però, liberi senza trasformarsi in bambini-grandi a forma di una ferita.
Questo, è importante.»
L’infanzia non è soltanto un ricordo: è qualcosa che ci portiamo dietro e dentro. Quello che siamo oggi, come ci comportiamo e come pensiamo è, molto spesso, il frutto di ciò che è successo durante la nostra infanzia, anche per colpa-merito dei nostri genitori.
Se da piccoli ci siamo trovati ad affrontare situazioni difficili e dolorose, se qualcosa ci ha ferito, il rischio è proprio quello di trasformarci in adulti che non sono altro che bambini guidati da quelle ferite: appunto, «bambini-grandi a forma di una ferita».
Non è mai troppo tardi
Quello che Liberi tutti ci insegna, come la stessa Gamberale ha dichiarato, è che non è mai troppo tardi per costruirsi un’infanzia felice.
Infatti, senza anticipare nulla, nel libro, grazie all’intervento della maestra Titti, qualcosa cambia nei bambini-grandi. Questo ci mostra come a ogni cambiamento di un genitore corrisponda un cambiamento anche nel suo bambino-piccolo. Non è mai troppo tardi per un’infanzia felice, perché, anche quando siamo ormai adulti, le cose possono cambiare: i bambini-grandi possono liberarsi dalle proprie ferite e dalle rappresentazioni che hanno costruito di sé.
Chiunque abbia fatto un percorso di terapia lo sa: spesso è importante disimparare alcune cose che abbiamo appreso da piccoli, fare pace con le nostre ferite e i nostri dolori e provare a non lasciare che quell’infanzia continui a condizionare il nostro presente.
La cosa positiva è che Gamberale, nell’offrirci questo affresco contemporaneo, non assume un approccio moralista o giudicante. Per mano della maestra Titti, tutti gli adulti vengono accolti e abbracciati, compresi e compatiti. E questo avviene pagina dopo pagina, fino ad arrivare a un finale sconvolgente, che chiude la storia e ci ricorda con forza che non siamo altro che figli dei nostri genitori e della nostra infanzia.
Ferite squarciate
Liberi tutti, libera. Potrà apparire un’affermazione banale e paracula, ma è un libro che ti spinge a fare delle riflessioni liberatorie. Come succede con altri libri di Chiara Gamberale, ogni pagina è intrisa di realtà, di vita vera, di vita quotidiana, di vita dolorosa. E allora capita che, leggendo Liberi tutti, uno si senta meno solo, si riconosca effettivamente in un bambino-grande a forma di ferita.
Il punto è capire cosa farcene, di queste ferite. La mia psicoterapeuta mi aveva suggerito una cosa: le ferite sono anche feritoie. Le ferite fanno male, non ci piove, ma quello squarcio permette alla luce di entrare. E allora è chiaro che le ferite possono cambiare volto e smettere di essere soltanto qualcosa di negativo.
Per cui, va da sé, che per smettere di essere un adulto a forma di ferita, proprio quella ferita-feritoia debba essere squarciata, allargata, aperta, per far entrare più luce possibile.






