Tra le prime domande che rivolgiamo a una persona appena conosciuta ce n’è quasi sempre una: “Che lavoro fai?”. È un modo semplice per rompere il ghiaccio, trovare argomenti di conversazione e capire qualcosa della persona che abbiamo davanti. Mi capita spesso che sulle app di dating sia una delle primissime domande che rivolgo e che mi vengono rivolte.
Il problema è che, spesso, non ci fermiamo alla risposta: ci costruiamo intorno un significato. Un medico, un avvocato, un imprenditore: sono professioni che tendiamo ad associare a determinate caratteristiche, a un certo livello di istruzione, a una posizione sociale. Al contrario, altri mestieri ricevono meno riconoscimento, anche quando sono, parimenti, indispensabili per il funzionamento della società.
Naturalmente, sapere che lavoro fa una persona ci dice qualcosa di lei, inutile essere ipocriti: il punto è quanto deduciamo da quella singola informazione e le conclusioni a cui giungiamo.
Il motivo è presto detto: il lavoro è diventato uno degli strumenti principali con cui raccontiamo chi siamo, ma anche uno dei criteri attraverso cui giudichiamo gli altri. Come se il valore di una persona potesse essere riassunto dal suo curriculum. Peccato che sia una visione miope e semplicistica.
Non basta lavorare: bisogna anche realizzarsi
Nel 2019, il giornalista Derek Thompson ha utilizzato su The Atlantic il termine workism per descrivere una cultura in cui il lavoro non è soltanto una necessità economica, ma diventa una delle principali fonti di identità e significato personale. Pensiamo alla retorica del «trasforma la tua passione in un lavoro». Sembra un consiglio bellissimo: ma quali sono le conseguenze del rendere, ciò che si ama, una professione?
Il problema arriva quando questa possibilità diventa un’aspettativa. Non basta più avere un lavoro che ci permetta di vivere dignitosamente. Dobbiamo amare quello che facciamo, sentirci realizzati, crescere continuamente e trovare nella professione una ragione di vita.
Ma se il lavoro deve necessariamente renderci felici, cosa succede a chi felice del suo lavoro non lo è? Dobbiamo sentirci falliti anche perché non siamo riusciti a trasformare otto ore della nostra giornata nella nostra più grande passione?
Nel libro The Good Enough Job, pubblicato nel 2023, Simone Stolzoff propone una prospettiva diversa: recuperare l’idea di un lavoro sufficientemente buono, capace di sostenerci economicamente senza dover diventare il centro della nostra esistenza. Perché, ricordiamoci una cosa, il lavoro è solo una parte della nostra esistenza.
Non è un invito a rinunciare alle ambizioni, per carità, ma è un invito a chiederci perché dovremmo necessariamente trovare nel lavoro tutto ciò che dà significato alla nostra vita?
Il nostro lavoro vale quanto valiamo noi?
Il riconoscimento sociale delle professioni non dipende soltanto dall’utilità che hanno per la collettività. Contano anche il reddito, il prestigio, il potere e le convenzioni culturali.
Un dirigente può essere considerato una persona di successo, mentre un addetto alle pulizie rischia di essere percepito come qualcuno che occupa una posizione sociale inferiore. Eppure, la società non potrebbe funzionare senza entrambi.
Non significa che tutte le professioni siano uguali per competenze, responsabilità o retribuzione. Significa che la posizione che occupiamo nel mercato del lavoro non dovrebbe diventare una misura del nostro valore come persone. Anche perché, il lavoro, racconta solo una piccola parte della nostra vita.
C’è poi un altro aspetto: non tutti partono dalle stesse condizioni. Le risorse economiche della famiglia, le opportunità formative, il territorio in cui cresciamo e le relazioni che riusciamo a costruire possono influenzare profondamente il nostro percorso professionale.
Eppure, quando qualcuno raggiunge il successo, siamo spesso portati ad attribuirlo esclusivamente al merito personale; peccato che non sia affatto così. Di contro, quando una persona che svolge un lavoro poco prestigioso o fatica a trovare un’occupazione soddisfacente, rischiamo di considerarla meno capace o meno ambiziosa.
Ma siamo davvero sicuri che il curriculum racconti tutta la storia? O ci fa semplicemente comodo pensare che chi ha successo se lo sia meritato interamente e chi non ce l’ha fatta abbia sbagliato qualcosa? Sono tutte delle mere semplificazioni.
Il lavoro che non compare nel curriculum
C’è un paradosso ancora più evidente quando guardiamo alle attività che non vengono retribuite. Crescere un figlio, assistere un genitore anziano, prendersi cura di una persona non autosufficiente: sono responsabilità che richiedono tempo e che, spesso, non sono frutto di una scelta, ma di circostanze di cui qualcuno deve necessariamente farsi carico.
E quel qualcuno, ancora oggi, sono molto spesso le donne.
Il problema non riguarda soltanto la distribuzione del lavoro domestico, ma le conseguenze che questa disparità ha sulle opportunità professionali. Se una donna dedica più tempo degli uomini alla cura della famiglia, può avere meno possibilità di lavorare a tempo pieno, accettare incarichi che richiedono maggiore disponibilità o costruire un percorso professionale continuativo.
Possiamo davvero parlare di pari opportunità se una parte delle persone deve fare i conti con un carico di lavoro invisibile che limita le proprie possibilità di carriera? E quanto talento rischiamo di non riconoscere, o addirittura di perdere, perché associamo il successo professionale a una disponibilità di tempo che non tutti possono permettersi?
Il paradosso è che queste attività, pur essendo indispensabili per il funzionamento della società, finiscono per penalizzare proprio chi se ne fa carico, ovvero le donne. Il lavoro di cura sostiene le famiglie e permette anche agli altri di lavorare, ma raramente si traduce in riconoscimento economico o prestigio sociale.
In Italia, questa disparità è alimentata anche dalle responsabilità dello Stato, che ancora fatica a garantire servizi e strumenti adeguati a sostenere il lavoro di cura e a conciliarlo con quello retribuito. A questo si aggiunge una cultura patriarcale che continua ad attribuire alle donne una responsabilità prioritaria nella gestione della famiglia, come se fosse un compito naturale e non una responsabilità da condividere. Finché questa visione condizionerà le scelte individuali e quelle politiche, le donne non potranno godere delle stesse opportunità professionali degli uomini.
Non siamo soltanto quello che produciamo
Non voglio demonizzare il lavoro. Per molte persone (me compreso) è una fonte autentica di soddisfazione, un modo per mettere a frutto le proprie competenze e un’occasione per contribuire alla società. Identificarsi profondamente con il proprio mestiere non è necessariamente un problema.
Il problema nasce quando questa diventa l’unica forma di realizzazione che riconosciamo come legittima e quando chi sceglie di non mettere il lavoro al centro della propria vita deve quasi giustificarsi.
Dobbiamo ricordarci alcuni aspetti fondamentali: siamo anche le relazioni che costruiamo, gli interessi che coltiviamo, le convinzioni che difendiamo e il contributo che offriamo agli altri, anche al di fuori del mercato del lavoro.
Eppure, quando conosciamo qualcuno, continuiamo spesso a partire proprio da lì: «Che lavoro fai?». La domanda, in sé, non ha nulla di sbagliato: è la facilità con cui trasformiamo la risposta in un giudizio a doverci far riflettere.
Chiediamo alle persone che cosa fanno per vivere e finiamo per credere di aver capito per che cosa vivono.






